È «una notte orrenda, novembrina», tra pioggia gelata e vento, quando il signor Goljadkin lo incontra: «un suo sosia in tutto e per tutto». L'uomo ha il suo stesso volto, lo stesso nome, un identico passato: e inizia a rubargli la vita. In ufficio, in casa, in ogni relazione, si insinua ovunque mostrandosi via via più prepotente e beffardo. Il sosia (1846) è un crescendo di situazioni grottesche, in cui le allucinazioni del piccolo burocrate prendono corpo mentre Dostoevskij costruisce un lucido incubo che dà forma al senso di alienazione e alle contraddittorie pulsioni della coscienza umana.