In Nostro Signore del deserto, esempio di “teologia impura”, Adriana Zarri riflette sulla preghiera alla luce della tradizione biblica e patristica. Qui la preghiera non si riduce a una pratica rigida e rituale, ma torna a essere un modo di abitare l’esistenza che ci aiuta a custodire «il seme divino sepolto nella nostra mortalità», accompagnandone la crescita attraverso gesti, silenzi e parole. È una preghiera che nasce dall’ascolto, dall’accoglienza, dalla capacità di fare spazio all’altro e al divino. Riscoprirne il significato vuol dire anche riscoprire un altro modo di vivere, restituire valore a ciò che la logica del profitto considera inutile: l’arte, il gioco, la festa, l’amore. E immaginare un «trapasso di civiltà» capace di sottrarre la vita al culto del denaro e dell’efficienza. Prefazione di Marco Vannini; Introduzione di Francesco Occhetto.