Libro: Libro in brossura
anno edizione: 2026
pagine: 240
Fino a ieri, la vecchiaia ha rappresentato una fase fondamentale della vita: il momento della parabola di ognuno in cui la linea dell’esistenza si curvava, coincidendo con un ritiro progressivo dalle attività e con una preparazione alla fine; un’ultima stagione di riflessione, consapevolezza e trasmissione del sapere. Oggi invece, in un’epoca dominata dal culto dello sviluppo perpetuo e della giovinezza a tutti i costi, è diventata un tabù. La società esalta l’ascesa costante e impone di vivere la «sera della vita» come un eterno mattino, derubricandola a incidente di percorso da occultare. Ma cosa stiamo davvero perdendo rinunciando a questa esperienza? Attingendo dall’antico mito esiodeo dell’età del ferro e da quello induista del Kali Yuga, e dialogando con le visioni di Kafka, Benjamin, Brecht, Jung, Panikkar e Rilke, Paulo Barone riflette su come, a furia di accelerare per sfuggire al tempo, abbiamo finito per consumarlo: ogni forma vivente, istituzione o idea nasce già vecchia, proiettata nel futuro. Esaurita ogni meta possibile, restiamo oggi prigionieri dell’impulso ad avanzare, a produrre, con la sensazione di una vita mai veramente vissuta, in un tempo percepito come perennemente prossimo a concludersi. Eppure Paulo Barone ci mostra che, mentre l’evanescenza dei nostri giorni sembra condannare tutto ciò che richiede una lenta maturazione, al contempo essa può rivelarsi una benedizione per l’istante unico e irripetibile: imparare a nutrirsi di questi attimi può significare allora sfuggire alla trappola dell’accelerazione. La sera della vita ci invita a ripensare il limite, la caducità e la precarietà non come ostacoli, ma in quanto spazi di senso e pienezza; a imparare a sostare nel presente che si dissolve, accogliendone la fragilità. Perché c’è una felicità sconvolgente in ciò che tramonta: una felicità che può lasciare attoniti e finalmente liberati.