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Myrhorod. Racconti ucraini

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Myrhorod. Racconti ucraini
Titolo Myrhorod. Racconti ucraini
Autore
Traduttore
Collana Supercoralli
Editore Einaudi
Formato
Formato Libro Libro: Libro rilegato
Pagine 224
Pubblicazione 11/2026
ISBN 9788806272869
 
20,00 € 19,00 €
 
Risparmi: €  1,00 (sconto 5%)
 
Prossima pubblicazione, disponibile dal 17-11-2026
«Comparve poi la maschera ridente di Gogol', con la terribile potenza del riso, una potenza che mai si era ancora espressa con tanta forza, in nessuno, in nessun luogo, in nessuna letteratura da quando fu creata la terra. Ed ecco che dopo questo riso Gogol' muore davanti a noi, lasciandosi morire, incapace di creare e definire con esattezza un proprio ideale sul quale egli potesse non ridere». (Fëdor Dostoevskij) «Se siete interessati alle "idee", ai "fatti", ai "messaggi", state lontani da Gogol'. [...] Non ha nulla da dirvi. Tenetevi fuori dalla carreggiata. Alta tensione. Chiuso fino a nuova comunicazione. Evitate, astenetevi, non... Mi piacerebbe avere qui una lista di ogni possibile interdizione, veto o minaccia». (Vladimir Nabokov). Mosaico di racconti unificati dall'ambientazione ucraina ma diversissimi per genere, dove la comicità feroce convive con l'epica e con il perturbante, Myrhorod (1835) si propone come la continuazione ideale delle Veglie alla fattoria di Dykan'ka, la raccolta (1831 e 1832) con cui Gogol' aveva esordito sulla scena letteraria pietroburghese. Con Myrhorod e il suo mondo insieme popolare e visionario si chiude la fase «piccolo-russa» e arriva per il giovane scrittore il definitivo riconoscimento. L'umorismo capriccioso e paradossale, lo stile cosí magistralmente bizzarro e originale, ma anche le digressioni liriche e patetiche colpiscono pubblico e critica. Se alcuni apprezzano particolarmente i racconti in cui si esprime la nostalgia di Gogol' per la terra natale (Possidenti dei tempi andati), altri si entusiasmano per la commistione di elementi realistici e fantastici, gotici (Il Vij) o per l'irresistibile caricatura delle meschinità umane (Storia di come Ivan Ivanovyc litigò con Ivan Nykyforovì). Non senza fraintendimenti («Gogol' padre del realismo russo »), che sarebbero perdurati per decenni. Ma con Gogol' è facile equivocare: nell'elogio del toccante amore che lega i due anziani possidenti s'insinua inaspettatamente la parola «abitudine», e dopo aver tanto riso con il grottesco litigio dei due Ivan ci troviamo davanti alla chiusa piú amara che si possa immaginare: «Che noia a questo mondo, signori!». Il piú esteso, ambizioso e conosciuto dei quattro racconti, con le sue iperboliche imprese di eroi leggendari e la celebrazione della libertà sfrenata in spazi senza confini, è Taras Bul'ba, rievocazione epica ricca di pathos romantico della lotta combattuta dai cosacchi di Zaporižžja in quel periodo fra XVI e XVII secolo dove Gogol' situa l'origine dell'identità ucraina. Taras Bul'ba avrebbe conosciuto anche una seconda versione, poi pubblicata nel 1842 nella raccolta delle opere. A partire dal 1839 infatti, quando già viveva a Roma, Gogol' rivide e ampliò il testo, che finí per risentire del suo mutato orientamento ideologico, sempre piú vicino al nazionalismo russo, e della sua identità «ibrida», come è stata definita. Nel testo «romano» compaiono frequenti accenni alla «terra russa», alla «forza russa», alla «fede russa», totalmente assenti dall'epos cosacco originario. I cosacchi stessi fin dal primo capitolo sono definiti «possente, turbolenta manifestazione della natura russa». E il saluto finale di Bul'ba ai compagni recita: «Sta sorgendo dalla terra russa un proprio zar e non ci sarà forza al mondo che non si sottometterà a lui». Questa nuova traduzione sceglie di restituire invece il racconto nella sua versione originaria del 1835.
 

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