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Donzelli: Saggine

Tutte le nostre collane

Fuori dal coro. Cultura pop femminile e mutamento sociale nell'Italia del dopoguerra

Libro: Libro in brossura
editore: Donzelli
anno edizione: 2025
pagine: 188
«La cultura pop è stata un potente vettore di emancipazione delle donne: per ogni cantautore col marchio controllato e garantito di musica impegnata c’erano una Caterina Caselli, una Mina e una Patty Pravo che portavano avanti il lavoro pesante del cambiamento culturale dal basso». La rivoluzione femminista che ha attraversato la società italiana nella seconda metà del Novecento non è passata solo dalle piazze e dalle assemblee. La cultura pop – sostiene Elizabeth Leake – ha avuto un ruolo fondamentale nel generare il cambiamento: prodotti culturali considerati di puro intrattenimento, che non veicolavano messaggi dichiaratamente politici, grazie alla loro popolarità erano capaci di incidere sulle abitudini individuali perfino più di quanto non lo fossero operazioni culturali esplicitamente rivoluzionarie. Se nel dopoguerra Nilla Pizzi cantava ancora dal palco di Sanremo melodie nostalgiche e legate a modelli femminili tradizionali, nel giro di poco più di un decennio iniziò a scaldarsi la voce una generazione di cantanti che rivendicava per le donne un ruolo da protagoniste, nella vita privata e nella società. Un percorso di emancipazione non lineare, spesso fatto di paradigmi concorrenti che si contendevano lo stesso pubblico: da un lato la femminilità rassicurante di Gigliola Cinquetti, dall’altro l’esuberanza di Mina, l’adolescenza dirompente di Rita Pavone, o la sessualità ambigua di Patty Pravo e Ornella Vanoni. La cultura popolare rifletteva i cambiamenti in atto nella società, ma allo stesso tempo li promuoveva, rendendoli possibili. Era una forma di attivismo dal basso, che agiva sul piano del quotidiano e dell’informale, dando come assodati aspetti che la società ancora faticava ad accettare Nelle canzoni, nei film e nei libri venivano presentate come realtà l’esistenza del desiderio femminile, l’indipendenza delle donne e la necessità della parità dei diritti. In questo senso, il pop ha contribuito al riconoscimento delle donne come soggetti politici, dando forza e peso alle cause che venivano portate avanti, in forme diverse, dai collettivi femministi e dai gruppi di autocoscienza. Dalle canzonette agli schiamazzi degli Urlatori, dai musicarelli alle commedie all’italiana, dai libri di Dacia Maraini a Porci con le ali, Leake propone una storia inedita del femminismo italiano, che mostra come la cultura di massa possa essere politica, anche quando ne è inconsapevole.
17,00 € 16,15 €

L'antifascismo. Una tradizione generativa (1945-2025)

Libro: Libro in brossura
editore: Donzelli
anno edizione: 2025
pagine: 256
«È possibile pensare un antifascismo che non sia solo un residuo nostalgico del passato, destinato ad ammutolirsi davanti alle grandi questioni del presente e all’orizzonte mentale delle giovani generazioni? L’antifascismo va inteso come una promessa di liberazione arricchitasi – in modo generativo – di sempre nuove sfaccettature, ma con un nocciolo invariante: allargare la democrazia, farla vivere nella vita reale delle persone, trasformare i rapporti di potere, parlare a chi sta ai margini». La Festa della Liberazione dal nazifascismo, di cui nel 2025 si celebrano gli ottant’anni, ha sempre diviso gli italiani poiché sancisce l’epilogo di una dittatura ventennale e di una lacerante guerra civile. I conflitti che costantemente l’accompagnano dimostrano la persistenza e la periodica riapertura di quelle ferite: noi ci sentiamo ancora eredi di quel passaggio storico e continuiamo a interrogarci su di esso. Ma cosa ne è oggi dell’antifascismo, nell’Italia con il Parlamento e il governo più a destra della storia repubblicana? Andrea Rapini prova a rispondere a questa domanda affrontando un viaggio nel passato alla ricerca del nucleo profondo che ha reso l’antifascismo vitale, capace di trasmettersi nel tempo, di incontrare nuove generazioni e nuove questioni politiche. Fin dai primi anni Quaranta, gli antifascisti compresero che per sconfiggere il fascismo occorreva contrapporre al regime di Mussolini un programma attivo di trasformazione della società, della politica e delle forme di vita. Il loro obiettivo, dunque, era generare una democrazia di massa che programmaticamente abbattesse non solo le ingiustizie e le disuguaglianze del presente, ma anche i nuovi volti dell’oppressione che si sarebbero presentati nel futuro. Questa tensione si rivela fondamentale ancora oggi. In un frangente epocale in cui l’ordine internazionale fondato dopo la sconfitta del nazifascismo sta andando in frantumi, la guerra torna minacciosa e la democrazia si sfibra di giorno in giorno, abbiamo bisogno di riscoprire quel nucleo vitale e di adattarlo alle sfide del mondo globale. Il libro mostra che la riappropriazione dell’eredità dell’antifascismo è già in corso, benché le istituzioni si ostinino a proclamarne la morte.
18,00 € 17,10 €

Shock da libertà. La Germania, l'Est e l'ascesa dell'estremismo

Libro: Libro in brossura
editore: Donzelli
anno edizione: 2025
pagine: 192
«La libertà non è qualcosa che una volta data esiste per sempre. Ogni generazione, a patto che le vengano garantite le condizioni per vivere in libertà e in democrazia, deve acquisire di nuovo una pratica con essa. Molti tedeschi dell’Est non hanno vissuto o non hanno percepito il salto verso la libertà come una liberazione. È questo che io chiamo shock da libertà». Ovunque in Europa le forze politiche che aspirano a un ritorno di strutture statali autoritarie stanno riguadagnando terreno. In Germania l’ascesa degli estremismi di destra e di sinistra – dall’Alternative für Deutschland (AfD) all’Alleanza di Sahra Wagenknecht – sembra inarrestabile, e in particolare nell’ex Germania Est ha assunto proporzioni dilaganti. Com’è possibile che la democrazia liberale venga messa in discussione soprattutto in quella parte del paese in cui, con la caduta del Muro, sembrava che si fosse realizzata una rivoluzione pacifica per la libertà? In questo vibrante e appassionato pamphlet Ilko-Sascha Kowalczuk, autorevole intellettuale nonché tra i maggiori esperti di Germania Est, rilegge la storia della Germania dal 1989 ai giorni nostri, mostrando come l’esperienza della dittatura vissuta dai tedeschi orientali plasmi ancora oggi gli atteggiamenti politici e il comportamento elettorale di larga parte del paese. Nella «più grande prigione a cielo aperto d’Europa dopo il 1945» – così l’autore definisce il regime della Repubblica democratica tedesca – la libertà era preclusa, ogni aspetto della vita quotidiana era inquadrato dallo Stato in un ordine monotono e oppressivo. Con la riunificazione, i tedeschi orientali hanno guadagnato la libertà e la democrazia, ma si sono trovati a fare i conti con le sfide che esse pongono in termini di impegno e responsabilità personale, generando un senso di frustrazione e di insicurezza che ha spinto molti a rimpiangere la vita «sicura» sotto il regime. Kowalczuk, tedesco dell’Est di origini ucraine, descrive con particolare vividezza quella dittatura, smontando le «leggende» su cui è stata costruita e che l’hanno alimentata, e racconta le promesse e le delusioni della riunificazione a Est e a Ovest. La tagliente analisi degli ultimi trentacinque anni di storia tedesca che l’autore conduce in questo libro è essenziale per comprendere non solo la realtà attuale della Germania, ma anche le questioni cruciali che l’Europa si trova a dover affrontare, in primo luogo il rapporto con la Russia di Putin e la gestione del conflitto in Ucraina. La Germania Est, in questo senso, viene vista come una sorta di laboratorio della globalizzazione, dove si manifestano, prima che altrove, tendenze e sviluppi che minacciano di dilagare in tutta Europa. Quello di Kowalczuk è dunque un inno alla libertà, unico argine contro le tendenze antidemocratiche. Senza la libertà nulla è possibile, neanche la pace.
19,00 € 18,05 €

Chi ha paura delle donne. Libertà femminile e questione maschile

Libro: Libro in brossura
editore: Donzelli
anno edizione: 2025
pagine: 160
«Tutti i regimi autoritari partono dalla disciplina del corpo femminile, non tutte le democrazie liberano il corpo femminile dal controllo. La piena cittadinanza delle donne è oggi un discrimine, ma è anche una sfida ancora aperta e irrisolta per le democrazie». Non è un paese per donne l’Italia, nella vita quotidiana così come nelle politiche pubbliche. Nonostante cambiamenti epocali, c’è una resistenza profonda che impedisce il raggiungimento di una piena ed effettiva cittadinanza. Lo abbiamo visto in maniera eclatante durante la pandemia, quando sono esplose con forza le disuguaglianze, anche di genere, ed è venuto fuori il ruolo essenziale – altrimenti invisibile – delle donne, specie nel lavoro di cura. Nella nostra società c’è una «questione maschile», che è insieme permanenza di privilegi e reazione, anche violenta, alla messa in discussione di quei privilegi. Il patriarcato è in crisi, ma proprio per questo erige barriere o passa all’attacco, mettendo nel mirino la libertà delle donne, puntando al controllo del loro corpo: non è un caso l’aggressione al diritto all’aborto, così come non è un caso il rigurgito di femminicidi. Da questa constatazione prende avvio la riflessione di Cecilia D’Elia, che in queste pagine ripercorre anche la propria esperienza nei movimenti e nelle istituzioni per ragionare sulla politica delle donne e individuare i limiti del discorso pubblico italiano. La presenza di una donna per la prima volta a Palazzo Chigi, dopo le iniziali fascinazioni, ha mostrato i limiti della metafora del tetto di cristallo, frutto della piega individualista della libertà femminile: il successo di una può non essere un vantaggio per tutte, e può invece accompagnarsi a politiche illiberali e reazionarie. La destra, di fronte alla crisi del patriarcato, propone infatti una risposta regressiva, accogliendo e incoraggiando il desiderio di restaurazione. L’elezione di una giovane donna a segretaria del Partito democratico è una enorme novità, ma la sinistra deve ancora trovare le parole migliori per nominare la questione maschile e una politica alternativa. È necessario coniugare la dimensione di genere con il progetto di giustizia sociale: perché non c’è un prima di questione sociale e un dopo di questione di genere, un prima di condizioni materiali da migliorare e un dopo di trasformazioni culturali da ottenere. C’è una crisi di legittimazione della democrazia e c’è la crisi del patriarcato. Non sono la stessa cosa ma queste due crisi sono fortemente intrecciate e vanno politicamente interpretate. Non si può affrontare la distopia che avanza se non si legge la matrice neopatriarcale di questo attacco, se non si anima una battaglia per una società più giusta fatta di connessioni tra le differenze, di passione per la cura del mondo, di lotta per l’uguaglianza. Serve un’agenda politica femminista. Ancora una volta, la libertà delle donne non riguarda solo le donne, ma quale società vogliamo essere.
17,00 € 16,15 €

Cultura è cittadinanza. Esperienze, pratiche e futuri possibili

Libro: Libro in brossura
editore: Donzelli
anno edizione: 2024
pagine: 128
Mai come in questo tempo, devastato dalle guerre e da crisi ambientali e sociali, è forte il richiamo alla cultura come paradigma dei cambiamenti sociali e delle ragioni della speranza. È all’insegna di questa visione che Ledo Prato ha impostato la sua intera vita professionale, come emerge dalla conversazione con Paolo Di Paolo. Sollecitato dalle osservazioni dello scrittore e mettendo in gioco la pluridecennale attività nell’ambito delle politiche culturali, Prato riflette sulle sue esperienze più significative: dall’impegno nel sindacato a Napoli, nella difficile fase tra la fine degli anni settanta e la metà degli anni ottanta, ai primi tentativi di promozione dell’imprenditorialità giovanile nel Mezzogiorno, fino alla esperienza della direzione di Mecenate 90, costruendo progetti in grado di promuovere un rapporto virtuoso tra pubblico e privato nella gestione del patrimonio culturale. Nel dialogo emergono le questioni nodali nella dialettica tra politica e cultura e in che modo possono incidere sul futuro: come costruire nuovi spazi di sapere diffuso, come moltiplicare le opportunità di crescita della cittadinanza anche fuori dai grandi centri, come conciliare cultura e impresa, scardinando vecchi pregiudizi e convinzioni sedimentate da parte degli stessi attori culturali, incapaci spesso di andare oltre schemi logori e stantii. Nella lotta alla povertà educativa c’è un territorio enorme da dissodare, guardando sotto le foglie del rapporto tra impresa e cultura, scommettendo sull’attivismo giovanile e sulle scuole come infrastrutture sociali: «Continuo a domandarmi – si chiede Prato – cosa impedisce a un paese come il nostro, con le sue dotazioni culturali, naturali, ambientali, di essere tra i protagonisti della scena mondiale nell’economia della conoscenza e del turismo. E non ho trovato una risposta se non pensando alla miopia di una classe politica e imprenditoriale che ha voluto rifugiarsi nella conservazione e non ha saputo osare. Il tempo che stiamo attraversando richiede coraggio, innovazione, capacità di affrontare le sfide del futuro guardando al bene comune e meno ai propri piccoli interessi». La cultura può e deve essere un motore per generare una vera ed effettiva cittadinanza, una cittadinanza attiva.
16,00 € 15,20 €

Il metodo Sindona. Splendore e crollo di un banchiere che si fa assassino

Libro: Libro in brossura
editore: Donzelli
anno edizione: 2024
pagine: 144
«Il caos per Michele Sindona non è un deterrente; anzi, lo sprona. È pronto all’offensiva, su un terreno che finora nessuno ha mai calpestato. L’ordine mondiale è in bilico; la crisi, inattesa e profonda, spariglia le carte, l’impensabile diviene possibile; forse, pensa, è scoccata l’ora per gli avventurosi outsider, la campana suona per gli audaci, la spericolatezza diviene virtù. Imbaldanzito, ma forse anche istupidito dai suoi stessi successi, parte per sferrare l’attacco decisivo al cuore della borghesia industriale e finanziaria del paese». Un oscuro impiegato di banca della provincia siciliana diventa nell’arco di pochi anni uno degli uomini più ricchi e potenti d’Italia, a capo di un impero finanziario internazionale, in grado di condizionare le mosse dei politici più autorevoli. Fiumi di soldi, scorribande in borsa, azzardi, scalate societarie; perfino la celebrazione mondiale quale «salvatore della lira». E poi la fine ingloriosa, che nella rovina trascina tutti, i piccoli risparmiatori ma anche chi aveva cercato di smascherare l’inganno, portando alla luce gli illeciti che avevano permesso quell’ascesa. La parabola di Michele Sindona, raccontata nel libro attraverso un ampio ricorso a documenti e interviste, è la storia di un giovane intraprendente che arriva a Milano deciso a conquistare il mondo finanziario, sfoderando una logica aggressiva e creando nuove strategie, tanto da forgiare un vero e proprio «metodo Sindona». Un metodo in cui un fattore decisivo è costituito però dalle connivenze politiche, dalle alleanze con la criminalità organizzata, con la P2, con i servizi segreti deviati. Le complicità sono tante, come scrive Umberto Ambrosoli nella prefazione, e per anni consentono al banchiere un successo globale: «seguito e acclamato da commentatori, opinion leader, attori del mercato», solo in pochi riescono a opporsi, resistendo «chi a blandizie, chi a pressioni, chi a tentativi di corruzione, chi a intimidazioni o minacce». E pagando un prezzo ingiusto, altissimo. Nell’Italia che ha appena assaggiato il sapore del benessere, una finanza grossolana, priva di norme adeguate, è il ventre molle che permette il malaffare e la corruzione a tutti i livelli: «non c’era obbligo di comunicazione – osserva Marco Onado nella postfazione – e quindi gli scalatori aziendali erano avvantaggiati; non c’era una normativa insider trading e dunque le fonti riservate non erano illecite; non c’era obbligo di Opa e quindi i guadagni dello scalatore non dovevano essere condivisi con gli azionisti di minoranza». Uno scenario di cui Francesco Giordano porta alla luce i punti deboli, scioglie i nodi più oscuri, racconta le crisi valutarie, le vicende industriali, gli scontri politici e i lenti progressi di un ordinamento immaturo e anche per questo facilmente manipolabile da un uomo che nella sua ascesa e caduta, nel suo percorso violento e geniale, tragico e grottesco al tempo stesso, impiega in maniera esemplare un «metodo», una modalità criminale e canagliesca in realtà ampiamente diffusa, al punto da segnare una delle fasi più cupe della storia del nostro paese.
18,00 € 17,10 €

L'anello di Wagner. Musica e racconto nella tetralogia dei Nibelunghi

Libro: Libro in brossura
editore: Donzelli
anno edizione: 2024
pagine: 288
«Wagner riscrive il mito in chiave moderna: pone al centro della vicenda la potenza del denaro e la lotta per il potere come antitesi alla libera volontà dell’uomo e alle leggi del cuore. Non celebra l’antica mitologia germanica, non restaura il mito, ma ne illustra la fine; non glorifica, smantella: fin dal principio c’è luce di crepuscolo, gli dei hanno fatto il loro tempo, L’anello del Nibelungo è la storia della loro fine». È l’opera della vita per Wagner. I quattro drammi che compongono L’anello del Nibelungo impegnano il compositore tedesco per quasi trent’anni (1848-76). Una lunga gestazione, durante la quale la riscrittura del mito germanico e la messa in musica si trasformano in un diario spirituale. Wagner intraprende questa impresa in uno dei momenti più inquieti della storia europea: «Il suo temperamento – scrive Giorgio Pestelli – era di quelli che creano meglio sotto la pressione degli eventi, se non degli affanni. Ma che Wagner abbia avuto la costanza di completare il monumento dopo tanti anni, fra ostacoli di ogni sorta, malattie, dubbi, crisi, inimicizie, tracolli finanziari, è uno spettacolo di forza e determinazione che ancora lascia meravigliati». Uno degli «ostacoli» è la scrittura del Tristano e Isotta (a cui questa nuova edizione dedica un capitolo specifico): un’«urgenza» personale, che induce Wagner a sospendere per dodici anni il lavoro sull’Anello. I fermenti rivoluzionari dell’epoca ispirano l’allontanamento dalla realtà al mito: così Wagner può osservare l’uomo in assoluto, affrancato dalla storia, penetrandone le passioni, prima fra tutte quella per l’«oro», il potere, che conduce solo a morte e rovina. È proprio dalla fine, dalla caduta degli dei che Wagner aveva iniziato il racconto. Presto però si rende conto che l’argomento che ha sottomano, la morte dell’eroe, per essere compreso appieno ha bisogno dell’antefatto. Da qui prende avvio una lievitazione della materia fino alle origini della vicenda: nasce così L’oro del Reno, e via via le altre opere dell’Anello. In questo andare a ritroso nella composizione Wagner inventa una dimensione del tempo narrativo che dal passato fluisce nel presente e viceversa, esercitando un influsso incalcolabile sulla narrativa di fine secolo. Ma in questo cammino a ritroso il grande impianto che aveva ideato, nemico al divino e celebrativo della libertà dell’uomo e delle leggi del cuore, entra in crisi: le inquietudini di Wotan, il padre degli dei, la sua lacerazione interiore sono il segnale più evidente che qualcosa si è rotto nelle certezze dell’esistenza. È vero, L’anello esprime al massimo grado la concezione wagneriana di «dramma musicale», simbiosi assoluta tra testo e musica, in cui tutto si tiene, tutto è necessario; anche i dialoghi e i monologhi sono cruciali; e nel volume, in cui Pestelli segue passo passo narrazione e sviluppo musicale, anche quei dialoghi e monologhi vengono aperti e spiegati, svelando un meccanismo teatrale dalla logica serrata. Qua e là, tuttavia, nel grandioso edificio dell’Anello, si scorgono crepe, fratture, cose non rifinite, dovute soprattutto a quella creatività impaziente di perfezioni formali con cui Wagner getta un ponte fra tardo romanticismo e decadentismo.
20,00 € 19,00 €

Italia minima. Sogni, emozioni e rabbia di un paese in movimento (1943-2023)

Libro: Libro in brossura
editore: Donzelli
anno edizione: 2024
pagine: 224
Quella che avete tra le mani è una storia d’Italia, che si apre nella Napoli occupata dai nazisti e arriva fino ai nostri giorni, sulle coste di Cutro. Tuttavia, è una storia «scompigliata», cronologica ma non ordinata, nella quale i grandi eventi scorrono lontani, restando quasi sullo sfondo. Al centro del racconto c’è invece la «policroma umanità» che abita la storia, c’è la vita, o meglio le vite, di chi quegli eventi ha attraversato, portandone i segni nel proprio corpo e nella propria memoria. Esistenze minime, spesso dimenticate, ma capaci di raccontare, insieme, l’anima di un paese. «Della Storia – scrive Maurizio Ciampa – ci sono le briciole rimaste sulla sua tavola, i resti: il vapore caldo dei sogni, l’alito acre dei fallimenti, i battiti ardenti delle speranze, gli sferzanti colpi delle pene, e i suoni e le voci della vita che passa». "Italia minima" raccoglie così le paure, le aspettative, le irruzioni di felicità e gli schianti di rabbia che hanno accompagnato il cammino di un paese che, nell’arco degli ottant’anni qui considerati, da «straccione» qual era è diventato un paese moderno, ma ricco di contraddizioni. Dalla voglia di ballare dell’Italia del dopoguerra ai desideri di emancipazione delle donne, dai sogni del boom a quelli degli emigranti, dalla nostalgia del passato contadino ai ricordi degli operai, dall’incubo dei manicomi alle visioni di futuro, Ciampa invita il lettore a seguirlo tra le emozioni e i sentimenti che nel tempo hanno caratterizzato l’Italia come «comunità emotiva». Solo in questo modo, sostiene l’autore, è possibile recuperare quella dimensione «umana» della storia che solitamente tende a scomparire. Così, in questa biografia corale e collettiva, composta da schegge e frammenti, la scrittura si fa custode di cose e persone, ascoltando le pulsioni della vita e trattenendole, restituendo ad esistenze sommerse la propria voce.
19,00 € 18,05 €

Se socialdemocrazia è una malaparola. Le sei Caporetto della Sinistra italiana (1919-2022)

Libro: Libro in brossura
editore: Donzelli
anno edizione: 2024
pagine: 96
Una Sinistra intesa a perseguire i valori, i principî e gli obiettivi della democrazia, della rappresentanza politica e della difesa sociale del mondo del lavoro in Italia ha ancora storicamente senso e un possibile avvenire? E se sì, su quali basi? Partendo da questo interrogativo, Massimo L. Salvadori tocca il cuore stesso dell’esistenza di un partito di Sinistra in Italia. Cosa vuol dire, oggi, essere di Sinistra? Nelle sue molteplici incarnazioni la Sinistra è stata invariabilmente respinta dalla guida del paese, subendo una serie di ininterrotte Caporetto: nel 1919-1922, ad opera del fascismo; poi, nell’aprile 1948, la sconfitta che inaugurò il lungo regno della Democrazia cristiana e dei suoi alleati; ancora, nel 1994, la vittoria di Berlusconi e l’inizio del suo ventennio al potere; passando, nel 2013 e nel 2018, per l’affermazione del Movimento 5 Stelle e poi della Lega; fino all’ultima, clamorosa Caporetto, nel 2022, che ha consegnato le redini del potere ad una Destra di matrice neofascista. In questa ormai lunga storia di occasioni mancate, di svolte in cui sembrava esserci la possibilità di diventare maggioritari e invece si è assistito all’esatto contrario, Salvadori ravvisa una costante: la «separatezza» della Sinistra dalla maggioranza degli italiani che, nei momenti di crisi dei sistemi politici, ne hanno rigettato gli orientamenti, schierandosi a favore di correnti politiche e sociali di volta in volta di centro, populistiche o addirittura di destra. Arrivando all’oggi, tuttavia, l’analisi si tinge di qualche speranza, qualora il PD di Elly Schlein, come ha dimostrato alle elezioni europee del 2024, si riveli capace di superare la distanza del partito dai ceti soprattutto popolari – ma non solo – che non si sentono più da esso rappresentati. Solo assumendo la fisionomia di una forza riformistica autenticamente socialdemocratica il PD potrà superare questa condizione di separatezza, di estraneità, dal corpo sociale e scongiurare in futuro nuove Caporetto.
15,00 € 14,25 €

L'Italia s'è desta. L'inno di Mameli: un canto di pace

Libro: Libro in brossura
editore: Donzelli
anno edizione: 2024
pagine: 192
«Il rapporto conflittuale degli italiani col proprio inno nazionale era ed è un sintomo evidente della relazione difficile, spesso imbarazzante, con la propria storia e soprattutto con quella più recente, di un popolo che ancora oggi stenta a riconoscere il filo rosso che lega le nostre battaglie risorgimentali all’antifascismo, alla Resistenza e ai principi fondamentali della nostra Carta costituzionale». Fin dal suo primo apparire l’inno di Mameli ha conquistato gli italiani, che subito lo hanno riconosciuto e sentito come espressione autentica del loro desiderio di unità e libertà. Vicende storiche e un linguaggio di non immediata comprensione hanno poi contribuito a oscurarne il messaggio di pace e di fratellanza, che lo distingue da altri inni più celebrati, a cominciare dalla Marsigliese. Il libro di Massimo Castoldi ci accompagna alla scoperta del significato autentico del testo, liberandolo dalle incrostazioni del tempo. Ci restituisce le prime redazioni autografe e a stampa e porta alla luce il ricchissimo patrimonio di fonti che lo hanno nutrito, svelando l’intreccio di ispirazioni e suggestioni, colte e popolari, celate nei suoi versi. Scritto a Genova nel 1847 sotto l’influsso di ideali mazziniani e repubblicani – e presto musicato da Michele Novaro –, seguì il suo giovane autore sulle barricate delle Cinque giornate di Milano, fino alla morte nella difesa della Repubblica romana del 1849. Cantato dai Mille di Garibaldi, celebrato da Carducci e Pascoli, fu ammirato da Verdi e da Toscanini. La monarchia gli preferì la Marcia reale e il primo fascismo lo mise al bando, salvo poi strumentalizzarne alcuni versi in direzione violenta e xenofoba. Parte della Resistenza lo fece proprio. Nel ’43 fu cantato dai confinati a Ventotene, mentre andavano verso la nave che ridava loro la libertà, e in questo spirito fu proposto come inno nazionale all’indomani del referendum da cui nacque la Repubblica. Era però una disposizione provvisoria. E nel secondo dopoguerra, tra individualismo crescente e perdita di sentimenti collettivi, periodicamente l’inno fu al centro di critiche, dibattiti e appropriazioni maldestre. Parodiarlo era diventato un vezzo di una parte della cultura di sinistra, cantarlo sull’attenti una consuetudine diffusa dell’estrema destra. Non è un caso se si è dovuto aspettare il 2017 perché fosse ufficialmente riconosciuto come inno nazionale: la storia della ricezione dell’inno di Mameli è anche e soprattutto la storia della controversa relazione degli italiani con l’idea di patria.
18,00 € 17,10 €

Tra le nebbie della P2. Memorie inedite di un capo dei Servizi

Libro: Libro in brossura
editore: Donzelli
anno edizione: 2024
pagine: 160
«Sono orgoglioso di aver fatto tutto il mio dovere a favore della patria e di non appartenere a quel gruppo di traditori che, nonostante il giuramento solenne prestato all’inizio della carriera, si è poi volto all’obbedienza di una loggia massonica segreta che certamente è la responsabile di tutti i depistaggi avvenuti nel corso e a seguito delle varie stragi». Dopo la strage di piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), il paese prese consapevolezza dell’esistenza di una «strategia della tensione» che mirava a erodere le basi dello Stato democratico. Da quel primo attentato fu un susseguirsi di eventi sanguinosi, mai chiariti fino in fondo: dalla strage di Peteano a quelle di Ustica e di Bologna. Questi eventi non solo hanno destabilizzato fortemente la convivenza civile, ma hanno pure condizionato la storia del paese fino ad oggi. Di queste vicende parla con grande chiarezza il generale Pasquale Notarnicola, ai vertici del SISMI (Servizio di sicurezza militare) dal 1978 al 1983. Nelle sue memorie, oggi pubblicate per la prima volta, ricostruisce dall’interno una pagina tragica della storia italiana. Per molti anni, i processi per definire le responsabilità hanno visto una sorprendente alternanza di assoluzioni e condanne, tra depistaggi, falsificazioni e omissioni, dando all’opinione pubblica l’impressione che non si potesse mai arrivare alla «verità». Ma le inchieste sono proseguite e, anche grazie alle testimonianze di servitori dello Stato come Notarnicola, molte responsabilità sono state chiarite. Oggi infatti sappiamo che l’obiettivo della strategia della tensione non era ricostituire uno Stato autoritario, ma delegittimare il Partito comunista per impedirgli di avvicinarsi al governo, accusandolo di essere responsabile del caos che stava colpendo il paese. Inoltre, abbiamo certezza che i vertici dei servizi segreti e gruppi neofascisti come Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e i NAR hanno intrecciato la loro attività eversiva con quella dei Servizi segreti di alcuni paesi stranieri, delle Forze armate, del mondo politico e di organizzazioni internazionali come la loggia massonica P2, con i suoi ulteriori e oscuri intrecci con la criminalità organizzata. Il generale Notarnicola entra nelle pieghe più oscure di questi intrecci con la sua esperienza diretta, a tratti sconvolgente per il livello intricato di infiltrazione nei gangli vitali dello Stato da parte della P2 e del suo capo, Licio Gelli. Tuttavia, secondo Notarnicola, Gelli era solo la pedina di un sistema più grande e a lui superiore, così potente da ostacolare il generale nella sua attività investigativa, ostracizzarlo, depistarlo, per allontanarlo dalla verità. Angelo Ventrone – storico e studioso dei fenomeni eversivi nel nostro paese – ha ascoltato Notarnicola come testimone diretto di una stagione terribile, che tarda a farsi storia ma che deve essere portata alla luce perché la vita democratica possa proseguire senza ombre.
18,00 € 17,10 €

Potere di altro genere. Donne, femminismi e politica

Libro: Libro in brossura
editore: Donzelli
anno edizione: 2024
pagine: 160
«Si può sostenere che la vittoria di una donna sia una conquista per tutte, qualunque sia la sua storia, la sua visione politica, il suo rapporto con il femminismo, il suo modello di gestione del potere?». La nomina di Giorgia Meloni a presidente del Consiglio ha inaugurato in Italia il primo governo con a capo una donna. Contemporaneamente, in tutta Europa e in diverse parti del mondo, leader donne stanno assumendo ruoli apicali e di responsabilità. Eppure, la popolazione femminile nel suo complesso subisce ancora le più gravi forme di sfruttamento, violenza, povertà, marginalizzazione culturale. L’inizio del nuovo millennio ha conosciuto un inasprimento degli attacchi a diritti e libertà ottenuti dal movimento femminista nel secolo scorso, con quella che è stata definita la più grande rivoluzione pacifica del Novecento; basti pensare all’offensiva sferrata da più fronti contro l’aborto, una conquista che, insieme al diritto di voto, aveva rappresentato un passaggio chiave di quelle lotte. Come si spiega una tale contraddizione? Attraverso un’analisi degli sviluppi più recenti della politica italiana e internazionale, Giorgia Serughetti riannoda i fili di questo paradosso. L’avanzare delle donne all’interno dei partiti reazionari e conservatori, lungi dal sovvertire le strutture di genere, ha fatto del femminismo un repertorio strumentale, piegato a fini ideologici, sovranisti e autoritari. Piuttosto che di «femminismo di destra» o di «femminismo neoliberista», si può parlare di appropriazione e distorsione del linguaggio femminista da parte di forze avverse all’obiettivo dell’uguaglianza. La retorica dell’ascesa individuale e della rottura del «soffitto di cristallo» occulta un potere sessista che mantiene metà del genere umano in stato di oppressione, e rimuove o addomestica la radicalità del pensiero e della tesi che attraversa le pagine è duplice. Da un lato, il femminismo politico, se non vuole essere ridotto a una serie di parole chiave buone per ogni uso e abuso, deve collocarsi con decisione dalla parte del cambiamento, della lotta per un ordine sociale giusto. Dall’altro lato, le forze politiche che intendono combattere le disuguaglianze e avanzare progetti di giustizia sociale devono porre le istanze del femminismo al centro della propria agenda. La battaglia delle donne può diventare strumento di liberazione per tutti coloro che si trovano ai gradini più bassi della scala sociale: per questo sono centrali le questioni del reddito, della divisione sessuale del lavoro, del razzismo, della violenza istituzionale sulle persone migranti, della cancellazione culturale e giuridica delle sessualità non conformi. Il femminismo è una forza trasformativa radicale, la ricerca di una buona vita per tutte, non per poche, che può avvenire solo attraverso la costruzione e l’attivazione di una nuova dimensione del potere, di un altro genere di potere, un potere di altro genere.
17,00 € 16,15 €

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