Nell’era della parola manipolata, tradita, dispersa, vuota, il racconto e la spiegazione del mondo ci possono ancora salvare? Il nostro è un tempo fragile, segnato da fratture profonde. Abbiamo smarrito l’equilibrio e siamo assediati da paure e confusione. Le parole non sembrano tanto aiutarci, anzi ci bersagliano dai media e dai social, sempre più ininfluenti rispetto alla gravità delle questioni «reali». In quest’epoca di comunicazione dirottata dalle oligarchie digitali, il linguaggio è ormai diventato un problema? Al contrario: è parte essenziale della soluzione. Ciò che serve è infatti un Omero dei nostri giorni che ci convinca che è giunto il momento di cambiare abitudini, di uscire da un sonno caotico e ipocrita. Attraverso storie, memorie e visioni che intrecciano Langhe e mondo globale, tradizione contadina e rivoluzione digitale, Oscar Farinetti e Piercarlo Grimaldi indagano la crisi antropologica del linguaggio e dei valori che lo abitano – dalla democrazia all’antifascismo – minacciati da superficialità, disuguaglianza e perdita di senso. Tuttavia, il loro non è un canto nostalgico: è una chiamata all’azione, perché salvare la parola significa salvare l’umano. Basta con l’afasia di fronte all’ingiustizia, basta con la trasformazione del dialogo in rissa, basta con la svalutazione della parola. Queste pagine disegnano un programma per recuperare il senso della comunità e la capacità di tessere narrazioni in grado di unire anziché dividere, di costruire anziché distruggere.