L'impero romano è caduto più di millecinquecento anni fa. Quanto all'«età dell'oro» dell'antica Grecia, era già storia vecchia quando la potenza di Roma si affacciava sul Mediterraneo. Eppure, da secoli, quel mondo riemerge testardo, incapace di riposare in pace: nella politica, nell'arte, nella cultura popolare, nelle grandi discussioni del presente. Roma e la Grecia vengono continuamente reinventate, idealizzate, trasformate in simboli identitari o in strumenti di scontro culturale. Tuttavia, dietro l'immagine monumentale dei classici, sopravvive qualcosa di molto più vicino e umano: oggetti quotidiani, vite comuni, tracce fragili e imperfette di persone lontanissime nel tempo, ma non così diverse da noi. È proprio da questa tensione tra distanza e familiarità che prende forma il nuovo libro di Mary Beard. Classicista tra le più autorevoli e autrice di bestseller internazionali, Beard rilegge il modo in cui l'antichità ha continuato nei secoli a esercitare il proprio fascino, interrogandosi su ciò che ancora oggi cerchiamo nei Greci e nei Romani. Non solo le grandi statue o i capolavori celebrati nei manuali, ma anche dettagli marginali e apparentemente insignificanti - un pezzo di pane conservato in un museo, una lettera, un graffito, un oggetto dimenticato - sono ciò che ci permette di percepire davvero il «brivido dell'antico» e di entrare in contatto con un passato che continua ostinatamente a parlarci. Con ironia, verve e rigore, Beard ci ricorda che i classici non appartengono a una minoranza di specialisti né possono essere monopolizzati da ideologie o appartenenze politiche: proprio perché nessuno può reclamarli davvero, continuano a rappresentare uno spazio libero in cui discutere le domande più controverse del presente; non un monolite, dunque, ma una presenza viva, inquieta, con cui «entrare in dialogo» per capire meglio noi stessi e il mondo.