Roma, anni settanta. Una bambina cilena entra alle elementari in un collegio di suore. Ha sei anni e un nome che, in bocca ai compagni di classe, suona “strano”. Nel cortile della scuola la interrogano: da dove vieni? Dov'è il Cile? Com'è fatto? Da quel momento comincia il suo apprendistato da straniera, tra lo spagnolo a cui si aggrappano i suoi genitori e l'italiano che parla con i coetanei, tra il desiderio di somigliare agli altri e la vergogna di dover spiegare un paese lontano, che ricorda a malapena, abbandonato di fretta dopo il golpe di Pinochet. Attorno a lei, gli adulti vivono sospesi: discussioni politiche, telefonate con Santiago, la nostalgia e la paura. La famiglia cambia case, amicizie, abitudini; al posto di zii e cugini c'è una tribù di esuli che prova a ricostruire una quotidianità mentre la Storia continua a bussare alla porta. Con l'adolescenza arrivano altre frontiere: il corpo, il desiderio, le prime libertà e le prime esclusioni. Ogni conquista porta con sé il timore di perdere di nuovo tutto. Perché chi è “di passaggio” non costruisce mai niente senza questo pensiero. Quando, dieci anni dopo, la famiglia torna in Cile, l'idea di casa si incrina ancora: anche lì la protagonista si sente straniera. È in questo doppio scarto – non del tutto italiana, non del tutto cilena, in una famiglia che sembra non poter mai essere felice sotto lo stesso cielo – che prende forma il cuore del romanzo: un racconto intimo e politico dove l'esilio non è solo un evento storico, ma un'eredità emotiva.