«Negli ultimi sessant'anni della mia vita sono stato uno storico, e lo sono tuttora. Ma sin dalla nascita la mia vocazione – se si nasce con una vocazione – è stata l'arte, cioè il disegno e la pittura». Noto a livello internazionale per i suoi studi magistrali sul fascismo, sui totalitarismi e sulle religioni della politica, Emilio Gentile apre con queste parole il suo libro più inaspettato, nel quale racconta e illustra per la prima volta la sua attività artistica. Parafrasando Cechov, l'autore dichiara di aver avuto «una moglie: la storiografia, e una compagna segreta: l'arte». Nella pittura ha cercato un “paradiso ritrovato” per fuggire dall'imparzialità e dal rigore con cui la ricerca storica gli imponeva di studiare i fenomeni più tragici del passato, un luogo in cui poter esprimere una illimitata libertà di immaginazione nella creazione entusiasta di un mondo personale di forme e colori. Per decenni lo storico e il pittore hanno proceduto fianco a fianco, autonomi e inseparabili. Ma l'ingresso nel nuovo millennio, segnato da una rinnovata stagione di violenza e odio, ha incrinato quell'equilibrio: l'artista è stato costretto a seguire lo storico nell'osservare la malvagità umana della Storia in corso, e il suo paradiso si è dissolto.