Piero della Francesca, le scarpe di Amy Winehouse, la letteratura femminile sotto il fascismo, Cesare Pavese, Lolita e una casa in provincia di Messina. Nella prima raccolta di saggi di Claudia Durastanti, tutte queste storie hanno un colore in comune: il rosa. Colore femminile e violento assieme, il rosa diventa il principio di una ricerca che anima l’autrice come un’archeologa del presente. Perché se è vero che la narrativa può partire da alcune esperienze del vissuto, è altrettanto vero che la saggistica offre alla vita uno spazio di riflessione che può farsi immaginazione. Dopo le sue incursioni nell’autofiction e nel romanzo di genere, con Falsi amici Claudia Durastanti porta la sua scrittura intima e analitica nel territorio del saggio narrativo, per indagare argomenti e ispirazioni solo apparentemente eclettici. Il rosa di Falsi amici è un filtro cromatico dalla dolcezza ingannevole, il senso profondo di un manifesto che interroga l’attualità, la politica e il corpo, ma è anche un’avventura del pensiero, in cui l’autrice riflette sul proprio ruolo intellettuale, sul rapporto col maschile e sulla maternità, attraverso una felice apertura all’imprevisto e all’imprevedibilità. Nella scrittura come nella vita.