La pelle non è solo l’organo più esteso del corpo ma anche il solo ben visibile. Perciò funziona come un potente strumento di comunicazione non verbale, come principale interfaccia tra l’individuo, la società e l’ambiente. Chiunque può notare il colore della pelle o la lunghezza dei capelli, ma queste percezioni non sono mai neutre, vengono mediate da interazioni culturali. A ragione, l’antropologo Paolo Mantegazza descriveva la pelle come “telegrafo per il mondo esterno e specchio per il mondo interno”. Così sono nati i miti della pelle, che avvalorano convinzioni non sostenute dall’evidenza. Non esistono orientali con la pelle gialla o nativi americani con la pelle rossa, ma lo stereotipo dei “gialli” e dei “pellerossa” non vacilla. Ma non basta. L’abitudine per cui gli angiomi sono chiamati “voglie di vino” o “voglie di fragola” la dice lunga sul fatto che, ancora oggi, alcune malattie si addebitino a una “voglia” gravidica che colpevolizza le madri, in realtà innocenti. Questo libro, ricco di immagini, non è però un elenco dei tanti pregiudizi sulla pelle ma, più ambiziosamente, una ricerca delle loro cause, l’affascinante scoperta di quelle briciole di realtà che stanno alle origini dei miti.